lunedì 16 gennaio 2017

Il cargo maledetto - Atto II


Diario di Bordo - Pagina 12

Un'altra notte sta per raggiungerci e il panico tra i miei sottoposti dilaga, implacabile.

Nonostante i miei numerosi anni di servizio, non sono pronto per quello che sta accadendo sulla mia nave. Forse al porto, qualcosa o qualcuno si è unito a noi ed ora sta gettando un'ombra sulla ciurma.
Mi ritrovo solo nella mia cabina, con la coscienza sporca e il cuore agitato, a sperare con ogni spasmo del mio corpo che tutto possa dissolversi così com'è iniziato. Dovrei essere sul ponte insieme ai miei uomini, a lottare contro l'oscurità che ci sta inghiottendo con ferocia e invece eccomi qui, a stringere tra le mani questa piuma, intento ad annotare i fatti che forse nessuno leggerà mai. La mia mente turbata necessita di questo attimo di pace, questo momento di lucidità, per ricordare gli ultimi avvenimenti e convincermi di non essere impazzito.
E' iniziato tutto due notti fa, quando, come mio solito, avevo abbandonato la mia postazione vicino al timone, per lasciarmi andare ai pensieri filosofici sotto le stelle. 
Non sono un uomo acculturato, ma profondo sì.
O almeno, queste erano le parole che mi rivolgeva la mia amata. Infatti, in realtà, quei fili di pensieri tanto impegnati finiscono sempre per terminare in un'adorazione pura della bellezza di colei che faceva battere il mio cuore.
Finito il viaggio, la sposerò. 
Frugo, come sempre, nella mia tasca destra per toccare l'anello – dorato con al centro una piccola pietra di smeraldo - che le ho comprato per la proposta di matrimonio prima di questo viaggio. Mi è costato la metà dei risparmi che ho accumulato in una vita intera e ancora tremo al ricordo di quell'enorme spesa. Nessun gioiello sarebbe stato più adatto alla mia donna. Ella, infatti, aveva gli occhi del colore della pietra che ho scelto e la sua bellezza non può essere sminuita da un oggetto di poco valore. Deve essere il più prezioso e lo è. Mi ripeto, stringendo l'anello nella mano, le parole che tanto mi sono preparato a pronunciarle e conto i giorni che mi separano dal ritornare da lei.
Quella sera, però, il mio rituale venne interrotto da un urlo agghiacciante, che quasi mi fece cadere dalla sgabello per lo spavento. Mi voltai verso la sorgente di tale rumore, mentre alcuni marinai mi lanciavano sguardi confusi, in attesa di qualche mia direttiva.
Un altro urlo mise tutti in agitazione, turbando gli animi anche del più impavido.
Mi affrettai ad entrare, seguito da due dei miei uomini, armati di pugnali, nella cabina adibita al trasporto di merci. L'oscurità avvolgeva tutto e non riuscimmo a vedere nulla di strano, fino a quando, accendendo una lanterna, non trovammo due marinai stesi a terra, immersi in un lago di sangue, che gli sgorgava da delle ferite disumane in piena vista sui loro colli. Controllai ogni angolo di quel luogo maledetto, alla ricerca di quello che non poteva che essere un animale, inserito, in qualche illegale modo, tra la merce da trasportare. Ma nemmeno nelle casse trovai nulla, sebbene rimasi sorpreso dal contenuto di quest'ultime: terra. 
Unicamente terra.
Mi chiesi a cosa potesse servire dell'insignificante terreno, che sembrava non possedere nessuna caratteristica particolare. Dopo aver indagato su quell'orrendo omicidio, interrogando gli uomini che più conoscevano i defunti, non potei che ammettere che non vi era nessuna spiegazione logica a quanto si era appena verificato. Sapevo che, se avessi condiviso questa mia incertezza con la ciurma, avrei dilagato il panico, quindi mi limitai a far girare la voce che avevo delle idee circa l'accaduto, ma che prima di riferirle era mia intenzione esserne certo. Ero tornato alla mia postazione di capitano, dirigendo la nave verso Oriente, assicurandomi della rotta, tentando di liberare la mente da quell'orribile immagine dei corpi martoriati, ma ogni tentativo fu vano. Riuscii ad appisolarmi solo quando la rotta era stata stabilita e per un po' non ci sarebbe stato bisogno del mio intervento, fatto che avvenne alle prime luci dell'alba. Dormii, tormentato da incubi strazianti, per qualche ora, fino a quando il sole, ormai forte e caldo, mi destò dal mio supplizio.
Con il tepore del giorno, la paura della notte precedente sembrava essersi in parte sopita.
Gli uomini avevano ripreso i loro incarichi, sebbene fosse evidente il clima di misteriosa incertezza che aleggiava nell'aria.
Mi decisi a ricondurmi nel luogo dell'assassinio, speranzoso di venir a capo di questa tediosa situazione.
Il pontile della nave era illuminato e il cielo azzurro, privo di nuvole, mi rischiarò il cuore.
Dentro la cabina, però, anche di giorno non trovai nulla che potesse condurmi alla morte dei miei uomini. I contenitori che avevo aperto giacevano come li avevo lasciati, mentre altri, chiusi e di proprietà privata, troneggiavano in un angolo, quasi beffandosi di me. Ero certo che nessun animale avrebbe potuto liberarsi dai catenacci che racchiudevano quelle casse e quindi evitai di ordinare ai miei uomini di aprirle con la forza. Tornai sul ponte, per farmi carezzare dal dolce calore del sole, e tornai a pensare alla mia donna. Le morti erano più importanti, è vero, ma la mia mente era volubile e l'immagine della graziosa amata riusciva sempre a vincere sul resto. I mozzi presero a pulire la superficie di legno della nave, passandomi accanto e scuotendomi dalle mie riflessioni. Dovevo recarmi nuovamente alla mia postazione di capitano. Sospirando, entrai nella mia cabina, appoggiandomi al timone, per poi girarlo quel tanto che bastava a virare l'imbarcazione verso la sua rotta. L'Oriente non era lontana. Nel giro di pochi giorni l'avremmo raggiunta e saremmo stati felici nelle nostre abitazioni.
La sera, però, era in agguato.
Sono torno sul pontile, sotto la luna, completamente rinfrancato dalla giornata tranquilla appena vissuta. Doveva essere stato un caso quella della notte precedente, probabilmente qualche bestia randagia che poi, per la paura, era corsa fuori e magari era caduta in mare.
Sì, doveva essere andata proprio in questo modo.
Accarezzai la superficie dello smeraldo, immaginando gli occhi della mia dolce Lily quando l'avrebbe visto.
Non desideravo altro che lei.
Un rumore alle mie spalle mi costrinse ad interrompere quella soave visione, facendomi voltare lentamente, ancora intontito dai miei sentimenti. La luce chiara non illumina abbastanza la nave per permettermi di vedere con chiarezza ciò che mi trovai alle spalle....






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